Cesare Borgia: la sua vita, la sua famiglia, i suoi tempi (2) — Gustavo Sacerdote

La Roma dei Borgia

Condizioni desolanti di Roma nel Quattrocento – Inizi d’una rinascita – I papi e l’umanesimo – L’antichità greco-romana e la nuova arte – Depravazione morale – Inferocimento dei costumi – L’ambiente in cui visse Cesare Borgia

Chi entra oggi nel Vaticano per la cosiddetta porta di Sant’Anna, arriva, appena fatte poche decine di passi, ad un arco, sulla cui sommità si legge la seguente iscrizione:

Quandoquidem in theatro Vaticano praestite Maria matre sapientiae Pius XI Pontifex Maximus dignam studiorum sedem constituit ad bibliothecam ad tabularium ad pontificium sophorum collegium hac patet aditus. 

Quale mutamento attraverso i secoli! È quello l’ingresso al cortile del Belvedere; e un dì, quel cortile, il Teatro del Belvedere, serviva a tornei, a feste, che non sempre si addicevano alla dignità ed austerità della Chiesa. Da una galleria circostante, dalle finestre prospicienti quel cortile, i papi e le loro famiglie ed i cardinali assistevano ad allegri spettacoli; ivi furono celebrate con grande sfarzo le feste in occasione delle tre nozze di Lucrezia Borgia.: e da quel cortile ricevevano luce le stanze dell’Appartamento Borgia, dove era l’abitazione di Alessandro VI, dove prese spesso dimora Cesare Borgia, e dove egli, secondo la tradizione, avrebbe commesso due de’ suoi più orrendi delitti. Adesso dal cortile del Belvedere si accede al Collegio dei Sofi pontifici – la nuova Accademia Pontificia – di cui fanno parte dotti di ogni paese e di ogni religione; si accede alla Biblioteca Vaticana ed all’Archivio Segreto. Sone sono aperti a tutti gli studiosi, con liberalità di gran signori, con sapienza di veri scienziati; ed oggi il Teatro del Belvedere non suscita in noi che ammirazione per la sua bellezza architettonica, mentre l’Appartamento Borgia, nuovamente aperto al pubblico dopo parecchi secoli di chiusura se può ricondurre la mente a tristi tempi passati, è pur sempre magnifico testimone di una magnifica rifioritura d’arte.
Quella iscrizione intorno al nuovo impiego cui è destinato il Belvedere, questa profonda trasformazione delle usanze e della vita entro e intorno a quell’antico Teatro, simboleggiano un po’ la profonda diversità che passa tra la Roma borgiana e la Roma dei nostri giorni; appunto e soltanto tenendo conto di siffatta diversità di tempi e di costumi, lo storico può avvicinarsi al complicato personaggio di Cesare Borgia.
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Ingresso al teatro del Belvedere

Costumi e tempi, che ci colmano di stupore e, a volta a volta, destano in noi ammirazione o terrore. Periodo storico dalle vivide luci e dalle fosche ombre, smagliante di magnificenze e ripugnante per turpitudini, pieno di contrasti e di anacronismi, di grandezze e di rovine. Epoca, ricca di entusiasmi artistici e di intrighi politici e di delitti orrendi, nella quale i sovrani sono munifici mecenati e tiranni sanguinari; e l’uomo italiano è rinato al culto del bello e della Vita, ma la vita umana non ha valore; e la morale pubblica e privata degenera spesso in depravazione; e il popolo non conta nulla ed è lì unicamente per servire al fine ed ai piaceri dei principotti.
A Roma era più profondo che altrove il contrasto fra il passato e il presente. Ancora le cingeva il capo l’aureola dell’antica gloria ed i popoli ne erano tanto affascinati, che da lontano se la dipingevano in colori favolosi. Ora poi era centro di una fede universale, che faceva convergere su di essa gli sguardi di tutto l’universo, dandole una forza quale essa non ebbe mai. Roma era pur sempre nella mente di tutti. il solo suo nome destava immagini fantastiche di bellezze, di potenza, di santità… Quanto diversa era, invece, la realtà! «Come sedeva solitaria, simile ad una vedova, la città già popolatissima!.” Nel Trecento, dopo il trasporto della sede pontificia ad Avignone, Roma era ridotta ad una piccola cittaduzza di 17 mila abitanti; e quando, alla metà del Quattrocento, comparvero per la prima volta sulla scena politico-religiosa i Borgia, venuti dalla Spagna in Italia, si cominciava appena a vedere gli inizi d’una rinascita. Ancora non si ergeva maestosa al cielo la cupola di San Pietro; San Giovanni in Laterano, la cattedrale di Roma e del mondo, non aveva ancora la sua grandiosa facciata; San Paolo, distrutta nel 1360 da un incendio, giaceva ancora nelle sue macerie. Distrutte o rovinanti erano le stesse chiese, costruite o rinnovate un secolo prima, quando il famoso giubileo, che chiamò a Roma anche Dante, attirò alla città papale due milioni di pellegrini. Distrutti o rovinanti o sepolti erano i monumenti della antica grandezza romana, sparsi sur una vasta campagna, ridotti a ruderi; e fra gli archi del Foro vagavano mandre di buoi e di capre ed erravano, immemori e spensierati, i nuovi cittadini romani. Roma, la grande, la potente Roma, era ridotta ad una più piccola povera città con 50.000 abitanti, divisa in numerosi rioni che solo in piccola parte, tuttavia, erano abitati, sicché si può dire che dietro a Piazza SS. Apostoli, là dove ore si stende la Roma nuova, era campagna deserta. E come aveva quasi smarrita ogni bellezza, ogni dignità esteriore, cosi aveva quasi smarrita anche ogni bellezza, ogni dignità dell’anima e della mente. I superbi cittadini romani d’una volta erano fatti umile gregge, senza coscienza, senza fierezza, vivente nell’abbiezione, senza desiderio di grandezza, senza sentimento della natura e della vita, senza concetto della patria. «Certamente il popolo di Roma», scriveva Leonardo Bruni, aretino, «è morto e sepolto già da secoli: quelli che abitano ora Roma, sono una turba raccogliticcia, che non domina ma serve». E la potenza delle famiglie, che in Roma spadroneggiavano, era fondata sur un brigantaggio vero e proprio, che le rendeva padrone della vita e degli averi della popolazione minuta.

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L’umanista Poggio Bracciolini

A quella guisa, però, che cumuli di terriccio e di materie celavano agli occhi dei Romani e dei forestieri gran parte dei monumenti antichi sepolti ma non interamente distrutti, così anche nei tempi più foschi del medio evo la cultura latina non era totalmente morta, lo spirito della Roma antica non era spento; ma attendeva soltanto chi lo ridestasse. Primo grande risuscitatore ne fu Dante, che più d’ogni altro senti il fascino politico di Roma e ne proclamò la potenza universale. Venne il Petrarca, che la chiamò capitale del mondo, la regina delle citta; ed a poco a poco cominciarono a rivivere gli antichi ideali di grandezza e di poesia. Il genio dell’antichità tornava ad affascinare gli italiani. I cuori di molti eruditi arsero d’amore per la civiltà pagana, per il bello classico dell’Ellade e di Roma antica. La passione per la latinità diventò una vera mania, un fanatismo, una frenesia. Poggio Bracciolini, Leonardo Bruni, il Platina, Guarino Veronese e cento altri percorrevano i paesi in cerca di manoscritti antichi. In tutta l’Italia si ebbe un ardente desiderio di approfondire il pensiero dei Latini, di imitarlo; e dopo che ai Latini, la mente si rivolse anche ai Greci. Dappertutto era un indefesso lavoro di ricerche, d’erudizione, di traduzione. E tali studi classici non furono soltanto opera d’erudizione, ma ebbero sulla vita e sul pensiero degli Italiani un influsso di ben altra natura e portata. Essi stabilirono il contatto spirituale con l’antichità, riavvicinarono gli Italiani alla cultura classica, alla concezione greco-romana del bello e della vita. Al calore di quell’antica civiltà l’uomo venne ricondotto al pieno e libero svolgimento di tutte le sue facoltà. Nuovi pensieri ravvivarono la speculazione filosofica; la letteratura e l’arte si accostarono alla natura, alla realtà della vita, al culto della bellezza terrena.

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La tomba dell’umanista Leonardo Bruni in Santa Croce, Firenze (opera del Rossellino)
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E Roma? E i papi? Che cosa fecero i sommi pontefici di fronte a questo rifiorire di filosofia, e di arte pagana, che esaltava la vita?
Rispetto ai monumenti romani, anche papi amanti dell’antichità furono presi talora da egoistica furia iconoclastica, e le pietre dei grandi monumenti antichi servirono loro per costruire i propri edifizi.
Alta quid ad coelum, Tite, surrigis amphiteatra? Ista olim in calcem marmora pulchra ruent

esclamava Cristoforo Landini. Di quando in quando vi furono papi e prelati, che levarono la voce contro il nuovo fervore classicista, temendo dall’umanesimo un pericolo per la religione. Ma vi furono anche papi e prelati entusiasti di un siffatto culto dell’antichità; il paganesimo entrò un po’ dappertutto, nella Biblioteca Vaticana, nelle pompe del culto, nei cortei carnevaleschi, nei banchetti dei cardinali e del papa, ai quali seguivano spesso rappresentazioni profane; e di fronte alla rinascita dell’antichità classica, non solo la Chiesa si mostrò indulgente, ma sullo stesso trono di San Pietro sedettero ferventi umanisti.

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Teatro del Belvedere al Vaticano. Le finestre crociate al primo piano dell’ala sinistra danno nell’appartamento Borgia
Già nei primi anni del Quattrocento, Innocenzo VII chiamava a Roma il celebre umanista Leonardo Bruni d’Arezzo; e grande impulso allo studio delle antichità greco-romane diede Eugenio IV, che, trasportando l’Università degli studi dal Trastevere al rione di Sant’Eustachio nel centro di Roma, vi chiamò ad insegnare diritto ed eloquenza latina alcuni tra i più valenti maestri d’allora. Ma il più grande impulso alla cultura umanistica venne dal papa Niccolò V, questo intelligente ed entusiasta mecenate del Rinascimento, che, volendo fare di Roma una nuova Atene, rivolse tutte le sue cure a diffondere la cultura greca e latina dotando Roma della più ricca collezione di manoscritti antichi. Come in quel papa, così la rinascita degli studi classici ebbe nuovi, ardenti mecenati in Pio II e in Sisto IV, il quale ultimo può anzi essere chiamato il secondo creatore della Biblioteca Vaticana. Egli le diede, infatti, nuovi ampli locali, chiamando a dirigerla, in un secondo tempo, il dotto umanista Bartolomeo De Sacchi, detto il Platina (1). Per ordine suo la Biblioteca Vaticana fu aperta al pubblico; ed oggi ancora si conservano i registri con le ricevute dei lettori che avevano ottenuto libri in lettura. Così, ad esempio, (in latino): «Io Pomponio ho ricevuto il libro di storia di Gaspare Veronese; Le gesta del Papa Paolo II, il 7 ottobre I475 ». Quando il libro veniva restituito, il bibliotecario dava di frego a quella ricevuta con due tratti di penna, scriveva in un angolo la parola «Restituit».
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L’umanista Pomponio Leto dichiara di aver ricevuto a prestito Le Storie dei Papi di Gaspare Veronese dalla biblioteca Vaticana (7 ottobre 1475)

Un solo papa dell’epoca rimase freddo davanti a tanto ardore di umanesimo e di latinità: e fu Callisto III, il primo papa Borgia, venuto dalla Spagna, rimasto sempre estraneo al movimento culturale italiano. Il secondo papa di quella dinastia, invece, Alessandro VI, padre di Cesare Borgia, pure avendo la mente ed il cuore rivolti a ben altre cure ebbe contatti più frequenti con gli umanisti. A lui si deve se l’Università degli studi di Roma, le cui facoltà erano sparse in diverse ed anguste case, ebbe finalmente una sede decorosa; lui circondavano eruditi, letterati, grandi maestri d’arte, sicché, come vedremo ancora nei prossimi capitoli, i nomi più illustri brillavano in Roma durante il suo pontificato. Nessuna città d’Italia esercitò più di Roma un influsso diretto e intenso sul rinnovamento dell’arte. Non iscaturita dal suo suolo, ma importatavi per opera di eruditi, la cultura umanistica trovò nell’Urbe un terreno fecondo, ed ivi essa allargò il suo campo dai codici antichi agli antichi monumenti dell’arte e della storia. A partire dalla metà del Quattrocento, Roma era teatro d’un’attività artistica senza pari. Intorno al genio dell’Urbe si affollavano scultori, pittori, architetti, che dai suoi monumenti venivano a trarre ispirazione ed insegnamento. Intanto Roma, quasi a meglio ispirare nuovi artisti, ridava alla luce del giorno mirabili opere d’arte antiche. Sotto Alessandro VI si scoprì a Nettuno l’Apollo, ora detto del Belvedere: dieci anni dopo emerse dalle rovine il gruppo del Laocoonte; e fu una commozione mai vista. Tutta la città si aggirava giorno e notte presso le terme di Tito, in cui il meraviglioso gruppo era stato coperto. «Pare il giubileo», si scriveva da Roma. Si cominciava ad avverare il vaticinio di Francesco Petrarca: «Roma mia sarà ancor bella».

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Il gruppo del Laocoonte dello scultore Agesandro di Rodi (2° sec. avanti Cristo)
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Ma la splendida medaglia ha il suo rovescio. Al glorioso fiorire dell’arte non si accompagna né una coscienza morale né una coscienza politica, e la corruzione si va’ sempre più aggravando e diffondendo.
Non già che, come asseriscono certi “medioevisti” d’oggi, il Rinascimento sia la fonte di tutti i mali che travagliarono poi l’Italia. A quella guisa che l’Età di mezzo non era – come affermano alcuni – tutta tenebre e barbarie ed ignoranza, ma portava già in sé i germi rigogliosi della rinascita culturale artistica ed umana, così i mali morali e politici, che diverranno poi acuti durante il Rinascimento, hanno il loro inizio nel Medioevo. Certi vizi, anche dei più osceni, non erano un prodotto della rinascente civiltà pagana, ma avevano già gettato profonde radici nel secolo precedente, e non solo in Italia, ma anche in altri paesi, dove ancora non si poteva parlare di influenza del Rinascimento. Per limitarci a Roma troviamo già nel Trecento i primi germogli di quella pianta, che diede poi frutti di tosco nel secolo seguente; e di tali frutti sono piene le storie, è piena la letteratura, che non è sgorgata soltanto da fantasie sbrigliate o corrotte, ma è specchio del tempo. È innegabile però che il fiorire dell’arte e della filosofia pagana influì grandemente, e non sempre in bene, sui costumi. Avvinti dalla bellezza classica, molti uomini del Quattrocento, per lo stesso atteggiamento estetico del loro spirito, non davano più importanza al contenuto morale, religioso e politico della vita. Se un mlstlceo cristianesimo aveva lanciato l’anatema contro la natura, il risorto paganesimo consacrava e glorificava la natura in tutte le sue manifestazioni: anche nelle cattive. Poeti, scultori, pittori facevano risaltare quella bellezza corporea, che gli asceti si sforzavano di far dimenticare. L’amore della forma, condannato dai padri della Chiesa, ispirava i poeti ed i maestri delle arti figurative. La stessa arte sacra riconduceva sempre gli uomini alla cara vita terrena; e davanti a pochi quadri la sensualità delle Corti italiane cinquecentesche avrà provato maggior delizia che al cospetto della Maddalena di Tiziano, con quel suo splendido fulgore di carni. Tant’è vero che, trenta anni dopo, forse perché dipingeva per un bigotto re di Spagna, il Vecellio rifece quella sua Maddalena, presentando la peccatrice, non più in semplice atto contemplativo, ma piangente e dolente, mentre l’esuberante nudità è nascosta anche dalle vesti e non dai soli trasparenti capelli d’oro.
Sotto l’influsso della classicità greco-romana, andava inoltre sviluppandosi e prendendo sempre maggiore dominio sull’uomo una spiccata aspirazione individualistica; e in mezzo a, questo trionfo dell’individualismo, qualcuno poneva il suo piacere ed il suo utile al disopra d’ogni morale corrente.
Ora, la morale corrente di quei tempi non era la stessa dei giorni nostri. La morale, come sentimento e come norma di legge, non è cosa naturale assoluta, ma è conquista della civiltà; essa varia, per conseguenza, coi tempi e coi luoghi. Anche gli uomini del Rinascimento avevano della morale un concetto molto spesso diverso dal nostro; così si spiegano altresì certi licenziosi prodotti della loro letteratura. Essi non si vergognavano di descrivere i fatti più intimi, che la natura impone di compiere; e chi ascoltava non arrossiva, ma sorrideva di gusto. Ma tale licenziosità nel racconto era, ad un tempo, conseguenza e favoreggiamento della licenziosità dei costumi. Era un mondo diverso dal nostro. Contemporaneo di Cesare Borgia è il Bandello, umanista, vescovo, autore di licenziosissime novelle; e nello stesso anno in cui sale al trono pontificio Alessandro VI, è nato Pietro Aretino, lo scrittore più amorale del Rinascimento; ma le opere dell’uno e dell’altro formavano la delizia di uomini e di donne, come si direbbe oggi, della migliore società.

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La biblioteca di Niccolò V e di Sisto IV al Vaticano
Come nella letteratura, così nella vita. La depravazione dei costumi, che già aveva infestato l’Età di mezzo, assume nel Quattrocento forme e proporzioni spaventose, favorita in ciò dal cattivo esempio che viene dall’alto e favorita dalla stessa floridezza economica del paese.
L’Italia sta attraversando un periodo, non solo di rinascita artistica, ma anche di grande prosperità economica. I commerci fioriscono. La ricchezza aumenta. Cresce quindi smodatamente il lusso contro cui invano tuonano dal pulpito i Predicatori e invano promulgano leggi severe le principali città. Nelle case come nelle persone si sfoggia il lusso più stravagante. Lo stesso fiorente commercio con l’Oriente ha importato in Italia licenziosi costuml. Anzi, non solo costumi, ma anche schiave orientali. E al culto pagano della bellezza corporea, portato in auge dagli umanisti, si unisce, nel corrompere i costumi, anche l’influsso orientale, il quale acuisce la brama di godere, trascinando ai peggiori traviamenti. Intanto, il sentimento della famiglia è rilassato. Nelle famiglie principische abbondano i bastardi, né alcuno se ne adonta. «Ai nostri tempi», scriveva il futuro papa Enea Silvio Piccolomini, «l’Italia è governata in grandissima parte da gente nata fuori matrimonio». e quando nel 1459, diventato papa Pio II, andò a Ferrara, constatò con rammarico che fu ricevuto da otto principi, nessuno dei quali discendeva da matrimonio legittimo. Parecchi dei più famosi condottieri e principi erano bastardi. Quel re di Napoli, che rifiutò la figlia a Cesare Borgia, dicendo di non volerla dare ad un bastardo, era bastardo egli stesso. E nessuno se ne scandalizzava.
Ma molta gente non si scandalizzava neppure per molto peggio. Anche l’incesto era frequente, tanto che Gian Paolo Baglioni non esitava, quando riceveva ambasciatori, a farsi trovare a letto con sua sorella. Un conte francese, riuscito, mediante corruzione di impiegati, a procurarsene la licenza, sposò una sua sorella. E la depravazione era tale, che si confessava apertamente quel che oggi è inconfessabile e punito dalla legge.
Anche il più obbrobrioso mestiere femminile veniva quasi nobilitato quando lo si esercitava – sit venia verbo – con dignità di arte, in bella forma. Così si spiega il fenomeno delle cortigiane, che è appunto una delle manifestazioni  più caratteristiche della vita pubblica e privata di quell’epoca.

Erano, queste cortigiane, vere donne del Rinascimento, che, appunto per distinguerle dalle altre «peccatrici», trovò per loro quel nome onorifico. Esse conoscevano i poeti italiani; alcune sapevano a memoria versi dei principali poeti latini; e versi componevano esse esse; e cantavano, accompagnandosi col liuto. E’ vero, tutti questi esercizi, il Petrarca e Ovidio e il liuto, erano per loro necessari come il belletto e le unghie dipinte in rosso e le acque con cui facevano biondeggiare i loro capelli, e il lusso ch’esse sfoggiavano, e i magnifici cocchi, in cui riuscivano a destar l’ammirazione della gente. E quanta ammiraziom suscitavano! Tanta, che poeti ne cantarono le virtù, grandi pittori ne dipinsero ritratti; e godevano general estimazione, sicché nomi e ritratti di alcune di esse giunsero fino a noi. Persin dopo morte venivano onorate, a differenza delle «cortigiane da lume», che venivano sepolte in un cimitero speciale presso il Muro Torto, al Pincio. Celebrata cortigiana era anche la celebrata poetessa Tullia d’Aragona, che il Moretto da Brescia eternò nel suo quadro Erodiade. A Roma c’è oggi ancora una piazza Fiammetta, così chiamata dal nome della celebre cortigiana e amante di Cesare Borgia ed ebbe persino il suo sepolcro nella chiesa di sant’Agostino, nelle vicinanze della sua casa. E nella chiesa di S. Gregorio Magno fu allora sepolta con gran pompa un’altra cortigiana, la celebre Imperia, sulla cui tomba fu posta la epigrafe: Imperia Cortesana Romana, quae, digna, tanto nomine, rare inter mortales formae specimen dedit.

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La poetessa Tullia d’Aragona nel quadro Erodiade del Moretto da Brescia
Ora, che in una chiesa fosse sepolta una cortigiana e che sulla sua tomba fosse posta un’epigrafe glorificante le sue forme, e certamente cosa che mette stupore. Ma non può meravigliare chi consideri quel tempo e la rilassatezza dei costumi e l’immoralità e corruzione, che avevano invaso, tutte le classi sociali, dai sovrani ai più umili sudditi, non escluso l’alto e basso clero, annidandosi persino nei monasteri.
A quell’epoca risale un editto di Innocenzo VIII, che nel 1488 vietava ai preti di tenere macellerie, taverne, bische e lupanari, e di farsi, per danaro, mezzani di meretrici. Ma anche l’alto clero aveva nelle sue file molto marciume. Abbiamo visto come abbondassero i figli naturali tra i principi mondani. Lo stesso si può dire dei principi della Chiesa. Pare avesse un figlio naturale il cardinale Alfonso Borgia, diventato poi Callisto III; ne aveva Enea Silvio Piccolomini, diventato poi Pio II. Avevano figli il cardinale Giuliano Della Rovere, diventato poi Giulio II, e il cardinale di Estouteville, e i cardinali, diventati poi Paolo II e Sisto IV e Innocenzo VIII, del quale ultimo il cardinale Egidio da Viterbo scriveva: «Primo tra i pontefici egli ostentò apertamente figlie e figli». E di Alessandro VI parleremo in seguito.
Non solo in questo campo la condotta dell’alto clero lasciava molto a desiderare. Il 23 settembre 1462, propugnando in Concistoro segreto l’idea di un’impresa navale contro i Turchi, Pio II, la cui austera vita di pontefice aveva fatto dimenticare le sue scappatelle giovanili, dichiarava, commosso, con le lacrime agli occhi: «iIl popolo dice che noi viviamo in mezzo ai godimenti, ammucchiamo danari, serviamo al lusso, montiamo su grossi asini e nobili destrieri, trasciniamo dietro a noi le frangie dei nostri mantelli, ce ne andiamo per la città con le guance paffute sotto il cappello rosso, manteniamo cani da caccia, siamo larghi di doni a giocolieri e parassiti, ma nulla facciamo a difesa della fede. Ciò‘ non è tutto inventato. V’hanno parecchi, tra i cardinali e gli altri della curia, che operano in siffatto modo».
Il Collegio dei cardinali aveva realmente assunto forma e contenuto di mondanità. Erano circondati da nipoti, da bravi. I loro palazzi erano veri campi trincerati; in cui vivevano centinaia di uomini al loro servizio. Gareggiavano fra di loro in un lusso smodato. Più che giustificati erano quindi i lamenti di Pio II.
Molti prelati spesso si coprovano il volto con la maschera, per poter più liberamente seguire le loro voglie. Non c’era divertimento, da cui rifuggissero. Le cronache d’allora, le relazioni degli ambasciatori, riboccano di particolari boccacceschi, sicché ha ragione uno storico dei papi quando asserisce «che solo con una si generale corruzione di costumi e assenza di morale si può spiegare l’elezione di Alessandro VI».
Testimone non sospetta è anche la Storia dei Papi, pubblicata pochi anni or sono, con presentazione di S. E. Fedele e con lo imprimatur delle autorità ecclesiastiche, dai sacerdoti Saba e Castiglioni, dottori dell’Ambrosiana. Ivi si possono leggere, a pag. I78 del 2° volume, parole come queste:
«Alessandro VI era il frutto naturale dei tempi in cui visse, e l’esponente della società che lo innalzò al sommo fastigio; le Corti d’Italia, anziché trovare motivo di scandalo nella Corte di Alessandro VI, vi riscontravano persino dei lati ammirevoli… Il disprezzo della vita umana assume il carattere del Cinismo; l’adulterio è un’avventura di famiglia; di bastardi e figli illegittimi sono ripiene tutte le Corti principesche… Il Borgia, in fondo, incarnava in sé il tipo ideale degli uomini di quell’epoca ».
In siffatte condizioni non è a meravigliare se la vita licenziosa di alti prelati era incitamento a sregolatezze morali anche in tutti i gradi del
clero, a Roma come altrove. «La immoralità. del clero era così diffusa e grande, che si levarono delle voci per chiedere il matrimonio dei preti».
Tale immoralità era penetrata persino nei conventi, anche in quelli di monache. «A detta di ognuno, i monasteri dell’Urbe sono già diventati quasi tutti lupanari», scriveva nel suo diario, il 12 maggio 1493, il maestro di cerimonie di Alessandro VI. E Nicolaus Clemengis, dottore della Santa Teologia parigina, scriveva: «Che cosa sono oggi i monasteri di fanciulle, se non, non dico santuari di Dio, ma esecrandi postribolì di Venere, ma ricettacoli di giovani lascivi e impudichi? ». Non altrimenti pare lava il Savonarola. Anche Pico della Mirandola lamentava che «gli ovili dell’ottimo pastore siano stati consegnati a lupe nefande»; e il cardinale Gasparini s’indignava al sommo «chè parecchie illustri e principali città cattoliche siano a tal segno infette dalla peste del rilassamento, che molti monasteri di vergini tengono le veci di bordello ».

Ora, tutto ciò non ha nulla a fare col Rinascimento, tanto è vero che non erano migliori le condizioni in Francia e in Ispagna. Era, invece, un triste retaggio del medioevo; retaggio che fu poi molto accresciuto nei secoli XV e XVI.

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Piazza SS Apostoli. A destra, in alto: la Torre delle Milizie, la cosiddetta Torre di Nerone
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Come a Roma, così in tutta l’Italia, se anche in misura minore; e alla depravazione dei costumi corrisponde l’efferatezza degli animi, acuita dalla stessa situazione politica. La penisola sola è divisa in numerosi staterelli, in gara e in guerra tra di loro. Fioriscono, è vero, le arti e le lettere: i papi, i principi, i signori, vanno a gara nel circondarsi di letterati e sciènziati e poeti e pittori e scultori. Ma è un mecenatismo, che fa pensare all’antico panem et circenses.
Non già che tali mecenati agiscano soltanto per mera astuzia politica, no: essi sono figli dei loro tempi e sentono potente lo spirito del Rinascimento. Anche i più sanguinari fra loro proteggono le lettere e le arti. Tra un delitto e l’altro li troviamo sulla piazza, in mezzo al popolo, fra tripudi e allegrie, tra suoni e canti, circondati da poeti e da artisti, da filosofi e letterati, da filologi e archeologi. Anche intorno a Cesare Borgia vedremo umanisti e poeti. Ma una siffatta protezione era, ad un tempo, un atto politico. Lo stesso splendore d’arte e di vita, di cui quei principi si circondavano, gli stessi divertimenti e spettacoli clamorosi, erano un mezzo per addormentare i cittadini. «Non istudiò in altro, se non in ridurre gli uomini alle arti e ai piaceri», scriveva del Magnifico il Vettori. E il Savonarola: «Occupa il popolo in spettacoli e feste, acciocché pensi a sé e non a lui». Ma intanto, tra tale magnificenza e munificenza, il popolo sta sotto il peso di insopportabili balzelli, la libertà è soppressa, la vita politica è quasi spenta. In questi Stati nati da guerre, la guerra è, si può dire, lo stato normale. Le Signorie sovrappostesi ai Comuni usurpandone i diritti, cercano ora di ingoiare i vicini. Ma, diceva già il Villani: «Come tirannie si creano, come elle esaltando si fortificano e crescono, cosi in esse si nutrica e si nasconde la materia della loro confusione e rovina». E in tal modo, è sempre guerra tra una Signoria e l’altra, tra fazioni, tra famiglie che si contendono il dominio di una città: guerre per un ponte, per una collina, per un castello. A Roma gli stessi antichi monumenti romani, il Colosseo, il Teatro Marcello, servivano di fortezza ora all’una ora all’altra famiglia, ed i Caetani si fortificavano alla tomba di Cecilia Metella. Ma una volta conquistato il dominio, non si indietreggia davanti a nessuna perfidia, a nessuna crudeltà, per conservarlo. Ogni signorotto aspira ad ampliare i confini della sua terra; e con un pretesto o con l’altro scende in campo, con armi leali se c’è convenienza; in caso contrario, col tradimento, col veleno. Il pugnale sostituisce la spada; l’inganno, il tradimento, sono la migliore politica. Spesso lo strumento omicida è rivolto contro membri della propria famiglia, contro il proprio marito, contro il proprio figlio. E terribile, rossa di sangue cittadino e farmiliare, è la storia di alcuni di quei condottieri e signorotti. Hanno cominciato col combattere or sotto questa or sotto quella bandiera, spesso per il gusto e per l’arte di combattere, più spesso ancora per la sete di guadagno. «Poiché la guerra è guadagno di commercio, la milizia la prolunga affinché questo guadagno non venga a mancare », diceva già Pio II. Quando poi erano pervenuti ad impadronirsi di una Signoria, allora cercavano di tenerla con gli stessi mezzi con cui l’avevano conquistata.
Galeazzo Maria Sforza di Milano, che fu anche accusato di avere avvelenato sua madre, fa seppellire vive le sue vittime, espone alla berlina pubblica le donne che egli ha violentate.
Ferrante d’Aragona di Napoli attira nel suo palazzo il condottiero Niccolò Piccinino, gliene mostra la magnificenza, poi lo fa sgozzare. Egli invita i baroni napoletani a una festa, li arresta, li tiene rinchiusi in gabbie, li nutre abbondantemen fino a far loro tagliare la testa, e poi, cosi morti, farli salare e tenerli secchi nelle sale e camere sue per suo piacere.
Francesca Bentivoglio di Bologna, moglie di Galeotto Manfredi, signore di Faenza, per assicurare al padre, signore di Bologna, anche il dominio di Faenza, fa assassinare il proprio marito da sgherri prezzolati.
Il cardinale Ippolito d’Este di Ferrara, geloso del fratello Giulio, dà ordine ai suoi servi di accecarlo; Giulio, uscito dalla mischia con un solo occhio si unisce all‘altro fratello Ferrante, per sopprimere lppolito e il loro fratello maggiore Alfonso I.
A Perugia i Baglioni fanno strage orrenda degli Oddi, poi si scagliano l’uno contro l’altro in ferocissimo massacro delle loro stesse famiglie.
Giovanni Varano, signore di Camerino, è ucciso a colpi di accetta dai suoi stessi fratelli.
Oliverotto Uffreducci, nipote di Giovanni Fogliani, signore di Fermo, invitati a banchetto lo zio ed i principali cittadini, li fa sgozzare tutti quanti dai suoi sicari, s’impadronisce del potere, percorre a cavallo la città, facendo strage dei parenti ed amici del Fogliani, fra i quali Raffaele della Rovere e due suoi bambini, uno dei quali fu ucciso nel grembo della madre, e l’altro gettato dalla finestra sulla piazza.
Sigismondo Malatesta spinse il suo libertinaggio e la sua crudeltà sino a far violenza alle proprie figlie ed al proprio genero. «Saepe mascukos effeminavit» scriveva di lui Enea Silvio Piccolomini. «Violentò vergini sacre, violò donne ebree, mandò a morte o sottopose a crudeli tormenti fanciulli e fanciulle, contaminò con l’adulterio parecchie donne, di cui tenne a battesimo i figli, uccise i loro mariti. Superò in crudeltà tutti barbari».
Eppure, anche Sigismondo Malatesta era un principe colto, un magnifico mecenate. Colti, mecenati, protettori di umanisti e di artisti erano anche gli altri tiranni. Il Machiavelli aveva davanti agli occhi il rosso quadro di siffatti tiranni quando scriveva: «Ad un principe è necessario saper bene usare la bestia e l’uomo, il che vollero significare gli antichi con la favola di Achille educato da Chirone centauro». Nutrito da un centauro: mezzo uomo e mezzo bestia; mecenate e bruto.
È l’epoca delle stridenti contraddizioni. Proprio con la più luminosa ascesa delle lettere e delle arti coincide la sventura politica dell’Italia, che, divisa in numerosi staterelli, sarà poi, per tre secoli, preda dello straniero. Proprio nei tempi in cui l’arte italiana conquista l’ammirazione e le scuole degli altri paesi, l’Italia è teatro di orrendi delitti. Roma, la Roma dei papi, che ancora nel secolo XII pareva condannata ad eterna barbarie, è inondata da una viva luce, che in breve la farà ascendere ai fastigi di una nuova luminosa civiltà; ma le fazioni politiche inondano di sangue le sue strade.
E tra tali splendori d’arte, tra tali onde di sangue passa, taciturno, arcigno, tenebroso, Cesare Borgia, il Valentino, la testa calda di alte ambizioni, l’animo ardente di basse passioni, le mani grondanti sangue di amici e di parenti.
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Cesare Borgia: la sua vita, la sua famiglia, i suoi tempi (1) — Gustavo Sacerdote

Le storie dei Borgia

La «fiera africana» — Antiche e recenti biografie di Cesare Borgia — Poeti e cronisti — Il diario del maestro di cerimonie di Alessandro VI — Cronisti e giornalisti del Cinquecento —Verità e fantasia

«Per rendere mai sempre detestabili al Mondo quegli eccessi d’una libidine sregolata, che l’umana avvedutezza ha saputa palliare chiamandoli parti d’amore, con la produzione de’ Mostri la natura suol dare a divedere nel parto delle fiere africane la deformità che portano seco gli illeciti congiungimenti degli Animanti, mentre con istrano accoppiamento innestando nella prole la somiglianza dei dissimili genitori, scuopre due fiere in una fiera, e in cotal forma diforme fa leggere la bruttezza di quel libidinoso furore, che arriva a sconvolgere le leggi della generazione. Quegli, di cui si prende a descrivere la vita (secondo che daranno a vedere i progressi di questa Istoria), fu una fiera; e se dicessi affricana, errerei di poco: prodotta non dai puri sangui umani, ma, come nota un Istorico, di seme esecrabile e velenoso. Onde non è meraviglia, se ei parve un mostro di ferità e se venne indebitamente al mondo come parto d’illegittimo congiungimento».

Così, con tali parole seicentisticamente ampollose, inizia il suo dire uno storico del secolo decimosettimo, che fu il primo a pubblicare una biografia di Cesare Borgia; e «mostro» e «fiera africana» e «iena» e «serpente» viene questi chiamato da numerosi cronisti dell’epoca. Qualche altro scrittore contemporaneo, invece, lo chiama «il divo». Il poeta Francesco Sperulo da Spoleto, che lo conobbe da vicino, scioglie alla sua gloria un carme panegirico in latino, in cui lo pone di fronte al Cesare romano con tali parole e glorificazioni, che non sai quale dei due sia stato più grande. Quis enim ad tantam magnitudinem accessiset? Chi, infatti, avrebbe raggiunta tanta grandezza?

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Medaglia di Cesare Borgia, Duca Valentino.

Persino le popolazioni da lui soggiogate lo esaltarono; e gli abitanti di una città da lui conquistata, Imola, ripensando ai tiranni che li avevano oppressi prima che venisse Cesare Borgia a «redimerli», lo chiamarono addirittura divino ministro di giustizia. Alcuni diaristi, a lui contemporanei, gli attribuiscono bensì ogni sorta di nequizie e di delitti, e gli negano qualsiasi virtù civile, guerresca o politica; il grande Machiavelli, oggi ancora in politica maestro di color che sanno, egli che lo vide, gli parlò e lo conobbe, credette trovare in quel «mostro» il suo ideale di principe;  un altro grande interprete dei fenomeni storici, a noi più vicino, il Romagnosi, scrisse che «passare sotto un Valentino Borgia fu per molte città un vero guadagno»; ed Ercole Strozzi, il poeta umanista ferrarese, nel suo epicedio latino in morte di Cesare lo chiama «grande in pace e grande in guerra, speranza di Marte e speranza nostra», fino a rappresentarlo — lo diremo con parole del Carducci — «come l’uomo mandato dalla Provvidenza a restituire l’impero e la gloria di Roma; come l’uomo che doveva unificare l’Italia». Con siffatto contrasto cominciano e continuano poi attraverso i secoli, nei canti e nelle cronache, le storie di Cesare Borgia; e tra gli storici come tra i poeti, tanto antichi quanto moderni, c’è un profondo abisso, che pare incolmabile. Gli uni parlano di sangue, di lussuria, di incesti; gli altri ravvisano dappertutto la calunnia. A non parlare degli adulatori e dei denigratori per interesse e per ispirito di parte, chi è abbagliato dalla più o meno reale grandiosità delle sue ambizioni politiche, chi indietreggia inorridito davanti a mostruosità indescrivibili; chi è pieno d’ammirazione pel condottiero valoroso e per l’amministratore sapiente, chi non vede in lui che l’uomo perfido, lascivo, avido di denari, il traditore dalle mani grondanti di sangue. Alla sua morte, quando più non c’era motivo di temerlo né speranza di veder pagata l’adulazione, si levò dappertutto un grido d’esultanza; e l’orrore, da lui destato, fu così intenso e duraturo, che, molto tempo dopo, avendone un vescovo spagnolo rintracciate le ossa, le disperse al vento.

Con Cesare Borgia divide eguale dura sorte suo padre, Alessandro VI, la cui personalità è assolutamente inscindibile dalla sua, così come le azioni di ambedue continuamente s’intrecciano, reciprocamente si determinano e si completano.

Uno dei tanti poeti, che beavano l’Italia nel secolo XV, inneggia in latino al «divo» Alessandro VI, «che ha distrutto l’empia turba dei predoni, e il suo tribunale non è aperto né a offerte né a doni… ma, amministrando egli stesso la giustizia, corregge ogni scelleratezza e rende beati i suoi regni».
Oggi ancora, un suo biografo spagnolo scrive che «difficilmente se encontrera personaje en la historia de los pueblos que haya sido tan calumndiado como Rodrigo Borja». Uno storico americano molto diligente ha pubblicato una eruditissima opera in cinque volumi, ricca di documenti, frutto di lunghe e pazienti indagini, per giungere alla conclusione che Alessandro VI è stato un uomo di buon carattere morale e un papa eccellente: a man of good moral charachter and an excellent pope. Già prima di lui un altro biografo, monsignor Domenico Cerri, aveva scritto che Alessandro VI «come pontefice si diportò tanto santamente quanto i più grandi Vicari di Dio». Un tedesco, il celebre storico di Roma Ferdinando Gregorovius, biografo di Lucrezia, e tenace avversario dei Borgia, deve pur confessare che «le lodi, che gli ambasciatori degli Stati italiani tributarono ad Alessandro VI, in occasione delle proteste di obbedienza, mostrano una vera convinzione che Alessandro fosse fornito di doti non comuni». E ancora recentemente uno scrittore italiano, Ignazio Dell’Oro, pubblicò un interessante volume, nel quale tenta, con documentazioni, di lavare Alessandro VI da molte delle accuse che gli vennero mosse.

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Busto del papa Alessandro VI, attribuito al Pollaiuolo (Museo di Berlino)

Di fronte a tali elogi, quante critiche, quante invettive! Egli era ancora in vita, quando già cominciarono a piovere da tutte le parti le più atroci accuse. Dai pulpiti di Firenze la voce calda e solenne del Savonarola tonava contro Roma, «mutata da Alessandro VI in una Sodoma rediviva»; e quella voce non tacque che sul rogo, preparato dai ministri dello stesso Alessandro VI. Ma quando questi venne a morte, corse per Roma e per l’Italia l’epigramma: Sextus Alexander jacet hic: jam libera gaude — Roma, tibi quoniam mors mea vita fuit. Narra anzi il Guicciardini — non sappiamo però da quale fonte abbia attinto — che al «corpo morto di Alessandro in San Pietro concorse con incredibile allegrezza tutta Roma, non potendo saziarsi gli occhi di alcuno di vedere spento un serpente, che con la sua immoderata ambizione e pestifera perfidia, e con tutti gli esempi di orribile crudeltà, di mostruosa libidine e di inaudita avarizia, vendendo senza distinzione le cose sacre e profane, aveva attossicato tutto il mondo».  E un pio storico del Concilio di Trento alludeva precisamente ad Alessandro VI, quando scriveva sui «tempi lecenziosi di tale, che nella Chiesa riman per nome di orrore e di vituperio». Allorché, nel 1970, il domenicano Ollivier, con un libro che menò grande rumore, scese in campo a difendere Alessandro VI, fu proprio la «Civiltà Cattolica» a condannare quel vano tentativo di apologia, dicendolo gravemente nocivo al papato e scrivendo «essere forza che la verità tosto o tardi venga a galla, e la fallacia delle mal consigliate difese resti chiarita e svergognata». E il più recente e più grande storico dei papi, il fervente cattolico Pastor, inizia la storia di Alessandro VI con le parole dell’annalista della Chiesa Raynaldus: «cominciavano per la Chiesa Romana i giorni dell’obbrobrio e dello scandalo», e conclude col proprio giudizio: «il suo pontificato fu una disgrazia per la Chiesa, al cui prestigio apportò le più profonde ferite».

Così passò attraverso i secoli, tra esaltazioni e vilipendi, tra elogi adulatori e aspri biasimi, nella luce e nelle tenebre, la fama di Alessandro VI e di Cesare Borgia; ed egual destino ebbe nella storia e nella poesia la loro figlia e sorella Lucrezia, quest’altro personaggio della triade borgiana, ella pure oggetto di ludibrio e di esaltazione. Di essa si impadronirono la poesia e la musica, il romanzo e il teatro, plasmando a volta a volta, un mostro di corruzione o un angelo di virtù. «La beltà, la virtù e la fama onesta» di questa donna avevano affascinato anche il cantore di done e cavaliere ed amori, che nelle «Satire» lanciò bensì i suoi strali contro Alessandro VI e il suo «bastardo sangue» Cesare, ma, vivendo alla Corte di Ferrara, «con lungo onor Lucrezia Borgia noma debbe all’antica la sua patria Roma». Un altro figlio delle Muse, al contrario, lontano le mille miglia dal raggiungere l’altezza dell’Ariosto, non ne condivide l’entusiasmo: e in un epigramma latino fa ben altro paragone tra la Lucrezia romana e la figlia di Alessandro VI: u Illa pudicitiam ferro testatur acuto: Haec oculis castam se docet et piam. Castità e pietà soltanto nello sguardo pudicamente abbassato: così canta di Lucrezia Borgia il poeta latino del Cinquecento italiano. Ma oggi ancora un poeta e accademico di Francia, Pierre De Nolhac,  in un sonetto alla «diva Lucrezia Borgia» la esalta, estatico: «Car on t‘adore encor par delà le tambeau … Borgia très divine et très chaste». Giovanni Marradi, che fu buon poeta e ottimo uomo, insorge egli pure in difesa della «calunniata Lucrezia», di cui ripetutamente pregia la castità, sicché all’udire la musica dell’opera «Lucrezia Borgia» di Donizetti, cantava: «Dicon, Duchessa, che voi siete un mostro, di lussuria implacabile e feroce; eppur dal vostro labbro esce una voce che soggioga il ribelle animo nostro. Sento che l’onte onde v’accusa il mondo… son tutte infamie dell’invidia umana». Ma un moderno scrutatore di archivi, il Luzio, ha dimostrato che, anche dopo sposatasi ad Alfonso d’Este, Lucrezia Borgia era tutt’altro che «molto divina e molto casta».

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Lucrezia Borgia di Bartolomeo Veneto (Francoforte)

Ai tempi nostri o di poco anteriori a noi, furono specialmente i romanzieri ed i poeti a rendere popolari le figure dei Borgia, abbellendole o denigrandole; finché vennero storici coscienziosi, non diremo a riabilitarle – il che non è possibile- bensì a tentare di ristabilire la verità. Senonché oggi ancora ci si dibatte tra i giudizi più disparati, non solo tra i poeti, il cui canto è spesso prodotto di fantasia, quando non è, come in quei tempi, partigianeria, ma anche tra gli storici, messi talvolta nell’impassibilità di discernere il vero nel labirinto di contraddizioni dei cronisti dell’epoca.

Ben di rado si incontra tra i contemporanei dei Borgia lo scrittore, che sappia sgombrare l’animo della passione partigiana o dall’orrore dell’offesa umanità, per osservare gli eventi e le persone con uno sguardo chiaro e sereno. Sovratutto i primi biografi infieriscono contro Cesare. Le parole enfatiche piene d’indignazione, da noi poste in capo a questa nostra storia, sono tratte dalla  Vita di Cesare Borgia contenuta in un manoscritto del secolo XVII, che si conserva alla Biblioteca Vaticana e viene attribuito ad un «anonimo», mentre, in realtà, anonimo non è. Nella stessa Biblioteca se ne conserva un’altra copia manoscritta contenente però soltanto la prima parte e dedicata a Luigi XIII re di Francia; e poi ancora un altro codice, contenente la medesima precisa biografia. attribuita nientemeno che al Machiavelli: «Vita del duca Valentino, descritta dal Machiavelli e consacrata all’Altezza Serenissima di Vittoria della Rovere, granduchessa di Toscana», si legge sul frontespizio. Vero è, invece, che quelle tre biografie non sono, salvo alcune varianti ed aggiunte, che la copia della «Vita di Cesare Borgia» di Tomaso Tomasi. E qui dobbiamo rettificare un errore universalmente diffuso. Finora si credette che Tomaso Tomasi fosse uno pseudonimo e che vero autore ne fosse il famoso avventuirero Gregorio Leti. Le diligenti e intelligenti ricerche di uno studioso hanno ora dimostrato che le cose stanno proprio al rovescio. La Vita di Cesare Borgia è veramente opera del pesarese Tomaso Tomasi; professore di logica all’Università di Roma, e fu pubblicata alla macchia ed anonima nel 1565. Solo più tardi, in seguito ad alcune aggiunte. fattevi da Gregorio Leti che approfittò dell’anonimia, fu ristampata e attribuita a lui. In questo modo il nome del vero autore diventò pseudonimo. È questa l’unica biografia completa di Cesare Borgia, pubblicata finora da Italiani in Italia; poi, a distanza di due secoli, venne quella di Edoardo Alvisi, la quale, tuttavia, si limita al Cesare Borgia in Romagna; ma quella non può nemmeno lontanamente e sotto nessun aspetto reggere al paragone con questa. E storico tanto serio e coscienzioso l’Alvisi, quanto pecca di faciloneria il Tomasi, il quale, nella sua esasperazione contro la «fiera africana», raccoglie, senza vagliarle, tutte le voci che corrono, e intesse troppi fregi al vero e fa d’ogni erba un fascio. Ma è sintomatico il fatto che di questa sua storia, la quale, stampata alla macchia col sussidio della granduchessa di Toscana, fu poi posta all’indice, si sono fatte subito parecchie copie manoscritte, che saranno passate chissà per quante mani.

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Facsimile del manoscritto Vaticano latino 10217

Attraente doveva essere, infatti, una vita di Cesare Borgia. L’Italia era piena delle sue gesta. Specialmente grazie all’appoggio del padre, sommo pontefice, egli era stato il più potente o il più temuto fra i principi italiani. Senza scrupoli morali, ma infiammato da grandissimi ed ambiziosi sogni politici, aveva combattuto e in parte abbattuto tiranni, a dir vero, non meno corrotti né meno feroci di lui; e dappertutto, in Romagna come in Toscana, a Napoli e nell’Umbria, a Milano ed a Venezia, erano numerosi i suoi avversari. Se, quindi, la potenza ascendente dei Borgia aveva fatto pullulare numerosi gli adulatori, non appena il loro astro cominciò a tramontare, pullularono in tutta l’Italia e nella stessa Roma anche i detrattori. Orbene, le fonti per la storia di Cesare Borgia bisogna appunto cercarle in Roma e negli altri teatri delle sue gesta; negli Stati, dove era più profondo l’odio, più livida la gelosia per quel principe improvvisato. Nessun astio, però, più dell’astio politico-religioso, può, influire sull’animo dello storico. Perciò, come ai carmi panegirici dei poeti si accompagnarono ben presto epigrammi e satire, così accanto alle cronache, e ai diari di assoldati o di aderenti dei Borgia, nacquero subito diari e cronache di assoldati o aderenti dei loro nemici. All’adulazione paurosa e senza fede era succeduta la maldicenza baldanzosa, ma sempre senza fede. Indi avviene che, se alcuni storici e diaristi del Cinquecento sono fonti attendibili e preziose, altri non sanno sempre districarsi tra le numerose contraddizioni ed altri non possono sgombrare l’animo dalla passione, che li trascina a ingiustamente vilipendere o ingiustamente glorificare.

Fonte principale per lo storico è, come tutti sanno, il Burcardo, il prete tedesco Johannes Burckardus che, nato verso la metà del secolo XV ad Haslach presso Strasburgo, era venuto dalla sua patria a Roma, dove, grazie al suo ufficio, acquistò grande rinomanza, tanto che da lui prendono nome oggi ancora, sebbene di lui più nessuno si ricordi,  una strada di Roma e persino un teatro.

Nel centro di Roma, nel rione Ponte, dove abitavano i più notevoli personaggi della città papale, il Burcardo si era fatta costruire una casa con una torre, che egli, dal nome latino Argentina di Strasburgo sua diocesi, chiamò Torre Argentina; e la Via Torre Argentina esiste ancora; e nella Via del Sudario è ancora la sua bellissima casa; che il Comune di Roma ha fatto recentemente ripristinare nel suo primiero stato.

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Interno della casa del Burcardo

Le ampie sale di quel palazzo, artisticamente addobbate e adorne di affreschi e stucchi, erano il ritrovo dei Tedeschi, che vivevano allora numerosissimi a Roma e che, come oggi ancora, dopo una giornata di lavoro indefesso, furono sempre amanti delle liete brigate e bevute. Anche al Burcardo piaceva trincare. «Ritengo che abbia sempre l’animo suo alla cucina ed ai banchetti» disse poi di lui il suo successore nella carica di maestro di cerimonie. Ad ogni modo, nelle sue sale affluivano personaggi notevoli del mondo politico-religioso di Roma; e ivi certamente avrà udito narrare e commentare molti di quegli episodi, che egli fedelmente espone nell’opera che lo rese celebre. Ma molte cose aveva anche potuto vedere coi propri occhi, udire con le proprie orecchie alla Corte dei Borgia. Venuto in Italia nel 1481, egli era stato accolto in Vaticano quale chierico di cerimonie. Poi fu, per ben 23 anni, maestro di cerimonie del pontefice, servendo cinque papi, Sisto IV, Innocenzo VIII, Alessandro VI, Pio III, Giulio II. E sulle cose viste e sentite narrare al Vaticano ed a Roma, scrisse, dalla fine del 1483 al marzo 1506, vale a dire sino a pochi giorni prima della sua morte, un diario, redatto senza pretesa letteraria, per solo suo proprio conto. Buttato giù alla buona, in una indecifrabile calligrafia, che fece dire avere egli avuto il diavolo per copista. Anzi, il suo successore Paride De Grassis, a lui poco benevolo, affermava avere il Burcardo scritto « in cifre o caratteri oscurissimi », affinché nessuno potesse leggerlo, per tenere ogni altra persona all’oscuro delle sue notizie. E questo avere scritto non per altri ma per sé solo, aumenta appunto la credibilità del racconto; fa, di quel Diario, un prezioso contributo per la storia di quei pontificati. Certo, non si può affermare che tale opera sia assolutamente immune da inesattezze. Questo maestro di cerimonie non narra soltanto cose viste da lui, ma riferisce anche per sentito dire. Pure essendo soggettivamente veritiero, può, dunque, aver riferito cose sostanzialmente inesatte o, se non inventate, forse esagerate, tanto più che, incolto e angusto di mente com’egli era, avrà facilmente prestato fede a dicerie e pettegolezzi. Si aggiunga che, sventuratamente, solo una parte del suo autografo ci è stata conservata. Gli altri manoscritti esistenti sono semplici copie, e non è improbabile che gli stessi amanuensi vi abbiano fatto delle modificazioni ed interpolazioni. Anche con tali imperfezioni, tuttavia, il Diario del Burcardo è pur sempre il più prezioso documento a noi pervenuto per la storia di Alessandro VI e di Cesare Borgia. Il Burcardo infatti, intento a scrivere per solo proprio uso, vede, ascolta, annota con la massima freddezza e impassibilità, con la più tranquilla e semplice serenità, senza riscaldarsi, senza entusiasmarsi, tanto da far ritenere obiettivo il suo racconto. Appunto perciò si servirono di esso gli annalisti dei secoli XVI e XVII; sulla sua fede si basarono, nel corso dei secoli. anchei i più notevoli storici di quell’epoca; e ad esso deve ricorrere oggi ancora chiunque si occupi dei Borgia

Alla Corte di Alessandro VI viveva, oltre al Burcardo, un altro tedesco, Lorenz Beheim, che vi aveva diverse mansioni, e fu suo maggiordomo quando era ancora cardinale, e poi, dopo salito quello al trono pontificio, fu suo ingegnere militare e capo delle artiglierie e maestro in tante altre arti. Amico del celebre umanista tedesco Reuchlin, fervente umanista egli stesso, il Beheim lasciò anche alcuni scritti di varia natura, che giacciono inediti nelle biblioteche di Norimberga, di Monaco di Baviera, di Vienna. Sventuratamente, a differenza del Burcardo, non scrisse nulla sulla corte di Alessandro VI; ma di lui sono rimaste. alcune lettere e carte con interessanti reminiscenze su Cesare Borgia, fra cui una lunga lista di domande, fatte da Cesare su svariati argomenti; ed anche questa fonte, sfuggita sinora a tutti i biografi del Valentino, può giovare per meglio conoscere l’animo e le abitudini di quel condottiero, il quale voleva sapere dall’umanista ed enciclopedico tedesco cose molto lodevoli: come, ad esempio, una ricetta per farsi «una memoria artificiale», ma anche cose non altrettanto lodevoli, come, verbigrazia, una ricetta per la fabbricazione di veleni con effetti a breve od a lunga scadenza. Anzi, precorrendo i progressi dell’umanità e dell’umanitarietà, voleva anche sapere se e come sia possibile lanciare veleni in una fortezza assediata. Delle quali cose tutte parleremo a suo luogo.

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Piazza San Pietro alla fine del secolo XV (disegno del Tasselli nell’Archivio Capitolare della Basilica

Per chi voglia ricorrere alle fonti, ci sono, poi, i Diari e le Cronache dell’epoca: il romano Infessura, il perugino Matarazzo, il forlivese Bernardi, il romano Branca dei Tadellini, e quello storico folignano, Sigismondo de’ Conti, la cui effigie fu eternata nel quadro Madonna di Foligno, eseguito per suo incarico i Raffaello. Poi ci sono le cronache di Urbino, Spoleto, Pesaro, Orvieto. ecc. e le relazioni contemporanee degli ambasciatori o, come si diceva allora, degli oratori delle varie Corti d’Italia a Roma, esse pure fonti inesauribili di notizie, sebbene non sempre impeccabilmente obiettive; ed altre cronache ed annali e storie, note o poco note o inedite, che, di volta in volta, citeremo. Qui però dobbiamo ancora fare breve cenno di una « Vita di Alessandro VI e di Cesare Borgia», che giace inedita in parecchie biblioteche d’ltalia. Noi ne abbiamo trovati nove esemplari nella sola Roma, uno a Perugia, uno a Veroli, uno a Padova; e chissà quanti ce ne saranno in altre biblioteche. Tutti questi manoscritti si rassomigliano tanto, che vien quasi voglia di credere che vi fosse persona interessata a farli ricopiare e mettere in circolazione, come si direbbe oggi, a serie; e tutti, salvo uno, hanno lo stesso titolo: «Vita di D. Rodrigo Borgia, poi pontefice Alessandro VI e del duca Valentino, suo figlio». Tutti sono anonimi: uno solo ha il nome dell’autore, e sarebbe D. Bernardino Babotti di Valenza, il quale ci assicura di avere procurato di «porre assieme le più vere e distinte notizie ricavate dalle relazioni più veridiche» come pure dalle stesse persone di Corte. Difatti, tanto quel manoscritto col nome dell’ autore, quanto gli altri anonimi, contengono realmente, in ispecie sui primi anni di Alessandro VI in Valencia, particolari, che non si trovano nelle altre biografie di quel papa: il che potrebbe ravvalorare l’asserzione dell’ autore. Ma ci sarà facile dimostrare che alcune notizie, messevi da lui o interpolatevi dagli amanuensi, sono inventate; e l’invenizone, constatata in certi punti, ci rende molto guardinghi anche di fronte ad altre asserzioni. Noi riteniamo, tuttavia, di non dover trascurare nemmeno tali fonti, innanzi tutto perché in un tema come questo dei Borgia, non si deve chiudere l’orecchio a nessuna voce; oltre a ciò ne dobbiamo fare parola anche perché, sebbene quella biografia sia rimasta finora inedita, altri biografi, tuttavia, hanno attinto ad essa. Se ne servi, ad esempio, il Gordon, il quale scrive d’avere avuto « copia autentica di un manoscritto originale, che si conserva a Roma» e che dovrebb’essere il Manoscritto Casanatense 1572 in tutto simile agli altri. Qualche brano riportò anche il Gennarelli nella sua edizione incompleta del del Diario del Burcardo. A quei manoscritti ricorse pure il padre Ollivier nella sua tentata riabilitazione di Alessandro VI, sebbene egli stesso, parlando dell’autore, scriva: «La critica storica non l’ha per nulla inquietato». Quella biografia conobbe anche il Leonetti, che la cita, secondo i due manoscritti vaticani, nella sua Vita di Alessandro VI; e chissà quanti altri la conobbero e se ne servirono, e chissà per quante mani passarono i dodici manoscritti a noi noti e le altre copie a noi ancora sconosciute. Quelle biografie, come altre storie del genere, scritte a gloria o vituperio dei Borgia e di altri principi dell’epoca, per tutte le avventure che vi si narravano, per tutti gli scandali che vi si descrivevano, erano letture prelibate. C’era poi sempre chi aveva interesse a divulgarle. In esse si metteva ,sulla carta tutto quanto si vociferava a Roma, si registravano tutte le dicerie che correvano nelle altre Corti d’Italia, si dava per oro puro tutto quanto si narrava nel mondo ecclesiastico romano, ed in ispecie al Vaticano, dove c’erano amici e nemici dei Borgia, dove risiedevano o bazzicavano uomini pii e rispettabili, ma anche prelati maldicenti. Dall’una parte l’interesse personale, la viltà adulatoria, la partigianeria politica, dettavano, in Roma e nelle altre Corti d’Italia, a poeti ed a cronisti, entusiastici elogi e le glorificazioni più sperticate. Dall’altra parte l’identico interesse personale, l’identica passione di parte, ma anche l’umanità offesa e calpestata nelle sue cose più sacre, predisponevano gli animi a prestare orecchio e fede a tutto quanto si vociferava. E si vociferavano e si scrivevano cose, dice un diarista, che o non erano vere, o, se vere, incredibili; mentre un altro cronista d’allora, il Matarazzo, si vedeva costretto ad ammettere che, se vi era esagerazione, non vi era però invenzione. Intanto, però, tra tali ignominie e crudeltà constatate, anche l’inverosimile sembrava vero, anche l’invenzione passava per realtà la qual cosa, del resto, non accadeva soltanto per i Borgia né per i soli condottieri e principi, che con lui avevano da fare, ma si verifica altresì in cronache più antiche ed anche recenti. Ai giorni nostri si sono viste persone ragguardevoli lanciare e diffondere in Germania, persino nelle scuole, la fiaba che Goethe sia stato complice o almeno precedentemente consapevole dell’assassinio di Schiller, fatto morire di veleno. Ma chi, avendo un po’ di discernimento e di sale in zucca, vorrà prestar fede a tale fiaba, anche se trovò migliaia e migliaia di credenzoni che, accecati dall’ira di parte, la presero sul serio? E pei tempi antichi chi vorrebbe oggi prestare cieca fede a tutto ciò che scrive Svetonio intorno ai Cesari? Egli pure, raccogliendo le dicerie, molto spesso dovute alla maldicenza degli avversari, ha intrecciato storia e leggenda, vero e falso.

Non minore sarà stata la tentazione pei diaristi e cronisti dell’epoca borgiana. Era tanto piena di perfidia, di lascivie e di sangue la vita di Cesare Borgia, che nulla pareva impossibile all’immaginazione del popolo; nulla pareva, senz’altro, rifiutabile ai cronisti. Indi la possibilità che nelle storie contemporanee di quel condottiero si intessino alla verità esagerazioni o magari invenzioni. Indi, per conseguenza, il pericolo che chi va per attingere alle fonti, non vi trovi sempre zampilli puri, ma anche e spesso acque inquinate dalle passioni.

Difficile è quindi il compito del biografo. Anche le invenzioni, anche le esagerazioni non si debbono a priori respingere come menzogna, poiché possono sempre contenere elementi di verità. Ma in tutto quel groviglio di notizie, fra tutti quei diaristi e cronisti, che, nell’accusa come nella difesa, non di rado ubbidiscono soltanto ai suggerimenti dell’interesse partigiano o personale, occorre procedere pacatamente, sereni e cauti.

Molto cauti, sovrattutto. Anche per non essere troppo inzaccherati dal fango sanguigno che schizza da ogni parte.

Le amicizie particolari di Roger Peyrefitte

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Scena tratta dal film Le Amicizie Particolari (1964)

Siamo nella Francia degli anni Venti (circa), nell’ottobrina e montana Saint-Claude. L’aristocratico quattordicenne Georges de Sarre è appoggiato allo sportello dell’automobile dei suoi genitori. Ha il cuore in gola. Non è avvezzo alle cerimonie d’addio. Per giunta è in un momento così delicato che il padre decide di ostentare certa aneddotica storica sul primo giorno di scuola del pupillo Bonaparte. “E rammenta! a quattordici anni si è già uomini!”. Fu proprio sua l’idea di mandare il figlio a studiare in un collegio cattolico. Lo rimproverava spesso di essere fin troppo viziato e di aver facili successi al liceo. Con quell’internato, il ragazzo avrebbe completato la sua formazione morale. Giudicava i tempi non più adatti alla docenza dei precettori bensì alla maestranza dei reverendi padri.

Regolamento generale: un’educazione essenzialmente cristiana, una solida educazione della mente e del cuore sono il doppio obiettivo che ci proponiamo di raggiungere. Una pigrizia inveterata, un’insubordinazione ostinata, conversazioni, scritti, letture o fatti condannati dalla fede o i buoni costumi, sono casi di esclusione.

Georges de Sarre e Marc de Blajan, un allievo cagionevole dalla testa rasa e con indosso un paio di occhiali dalla montatura volgare, fanno reciproca conoscenza quella stessa mattina. Ma è alla destra del novello che il gusto estetico prevale trovando dove redimersi, calamitato dal fervido carisma di Lucien Rouvère: giovinetto forte e vitale, dagli occhi azzurri e dai capelli neri, con una leggera lentiggine di macchie brune ravvivanti. Il cosiddetto ‘colpo di fulmine’. Pur continuando a conservare dappertutto gli stessi vicini, Georges sa preventivamente a chi votare il suo interesse e a chi attribuire il battito irregolare del suo polso. I due si scoprono vicini di letto nel dormitorio della scuola e conversano prima della preghiera serale, soddisfatti dalla loro posizione strategica, invidiata dagli altri collegiali. I letti sono lontani dalle orecchie nemiche dell’abate-vedetta, il quale, sistemato in una camera attigua alla loro, tiene sotto controllo il sonno dei fanciulli tramite una finestrella interna. Il forte trasporto che sente di provare per il suo camerata, filo-astrologo appassionato, viene blandito da una criptica avvertenza.

“Sono tutti simpatici,” rispose Marc con una certa aria.
Georges gli domandò che cosa volesse intendere.
“Sai,” rispose Marc dopo un istante di riflessione, “ci sono due sorte di compagni, a Saint-Claude come dappertutto. Ma certamente i cattivi sono più numerosi. Bisognerà che tu scelga fra gli uni e gli altri.”
“Che cosa chiami cattivi compagni?”
“Certo, non quelli che barano a moscacieca. Chiamo buoni i puri e cattivi gl’impuri.”
“Se capisco bene, Ferron appartiene alla seconda categoria?”
“Precisamente. Lo conosco da molto tempo, quest’eccellente Ferron. L’ho già visto all’opera nella prima divisione, dove faceva del proselitismo d’una certa specie. Dall’anno scorso, d’altronde, mi sembra essersi un po’ calmato, giacché non gli ho più conosciuto favoriti in titolo. Ma forse, è divenuto discreto.”
Lucien non poteva essere più l’amico sperato. Il posto era già preso, Georges sapeva da quale sorta di amico.
“Mi sono spesso domandato una cosa,” disse Marc: “come mai i ragazzi impuri possano avere la salute necessaria per fare i loro studi. Ma un giorno o l’altro devono cadere bruscamente.”

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Il trionfo della Castità è, dunque, solo una simulazione. La lascivia e l’amore tra ragazzi ricamano e convivono in un abile segreto. Georges non nutre ambizioni ascetiche, s’incaponisce nella spregiudicata tentazione di conquista. Ostacolato dalla predilezione provata da Lucien per Ferron, uniti in un simbolico patto di sangue eseguito la precedente estate, palpitante di gelosia, decide di allontanare l’impaccio con un sotterfugio. Georges approfitta così della concentrazione di Lucien, chino a ricopiare gli appunti di una conferenza, per impossessarsi del suo quaderno di brutta copia, dove fra due pagine scorge un quadratino di carta sul quale è scritta una poesia omoerotica firmata: André Ferron. Con una calma sorprendente lo studente piega discretamente il foglietto e se lo fa scivolare nella tasca. Rivolgersi al superiore è il progetto. Aveva riflettuto bene allo svolgimento della scena? Il superiore non avrebbe sospettato qualche perfidia nel messaggero? Il disgusto per quella poesia libertina sarebbe potuto ricadere sul denunciatore. L’operazione era effettivamente rischiosa. Bisognava rinunciare a quel mezzo e lasciare le cose come stavano.
La poesia finisce disgraziatamente nelle mani sbagliate e l’esito è presto detto: André Fellon tacciato di licenza di spirito e perversione verrà cacciato dal collegio.

Il domenicano, in piedi sulla cattedra, con le mani incrociate sul petto, e gli occhi al cielo, sembrava in estasi. Alcune sedie, intorno alla cattedra, erano riservate al superiore e al prefetto di ogni divisione. I professori occupavano dei sedili lungo la scala. Ci fu un certo disordine nell’istallazione dei grandi. Finalmente, dopo la preghiera, tutti si sedettero. Il predicatore cominciò col citare dei versi, su un tono patetico: “Fanciulletti dal capo biondo. Voi la cui anima è un turibolo…”. Egli chiese ai fanciulli che lo ascoltavano di ricordarsi bene di queste parole di un ‘poeta cristiano’, applicabili senza dubbio ai bruni come ai biondi.
“Somigli il collegio,” esclamò, “per tutto l’anno, a un gran turibolo! Siate degni della grazia passeggera che è diffusa sui vostri visi, più degni ancora della grazia di Dio che si spande nei cuori. Siate anche degni, in qualche modo, dei grandi esempi forniti alla vostra giovinezza dalla storia religiosa. È spesso fin dall’infanzia che sboccia la grandissima virtù come ce lo provano san Francesco da Paola che, a quattordici anni, si fece eremita, e tanti altri di cui ogni conferenza mi darà occasione di parlarvi. Ma voglio iscrivere, fin da stasera, sul frontone della vostra sala di studio i nomi più glorioso di tutti i fanciulli, i nomi di quelli che, alla vostra stessa età, non hanno rifiutato a Dio l’omaggio del loro sangue: san Giustino di Auxerre, morto per la fede a nove anni; san Cirillo di Cesarea, a dieci; san Mammete di Cappadocia, martirizzato la prima volta a dodici anni; san Pancrazio a quattordici anni; sant’Agapito e san Venanzio, a quindici; san Donaziano e san Rogaziano nel fiore della loro adolescenza. Voi, a cui ciò non costerà nulla, non avreste allora il coraggio, in questa dolce casa, di essere dei fanciulli cristiani, semplicemente?
Se vi ho mostrato anzitutto le cime, devo segnalarvi ora gli abissi. Il fanciullo, questo ornamento del mondo, può, ahimè! conoscere le brutture del peccato. Ci sono i fanciulli di luce, ma ci sono anche i fanciulli di perdizione: la fronte di questi fanciulli perduti non resta meno luminosa, ma la loro anima è sprofondata nella notte. Un giorno che san Gregorio il Grande attraversava il mercato di Roma, scorse alcuni fanciulli d’incantevole bellezza che erano esposti in vendita come schiavi, giacché al sesto secolo, la schiavitù non era abolita. Egli chiese di dove fossero. Sentendo ch’erano Agli, cioè del paese d’Inghilterra, che non aveva ancora ricevuto la fede: “Dite piuttosto angeli,” rispose, “se non fossero sotto l’imperio del demonio”. Fanciulli miei, non dimenticatelo mai, dèmoni prendono talvolta il viso degli angeli e, d’altronde, sono forse altro che angeli decaduti? Per rimanere puri come siete, o per ridiventarlo, se per disgrazia non lo foste più, dovete vegliare e pregare, secondo il comandamento di colui che si è chiamato da sé Figlio dell’uomo. Pregate, è la preghiera che vi salva. Vegliate, perché il nemico vi insidia. Vegliate sulle vostre amicizie, che possono essere il nemico. Che esse non siano mai di quelle amicizie particolari che coltivano unicamente la sensibilità poiché, come ha detto Bourdaloue, la sensibilità si cambia facilmente in sensualità. Che esse siano amicizie pubbliche e amicizie dell’anima.”

Tra Lucien e Georges non accade nulla. Anzi, dalla partenza di André, Lucien subisce per un certo periodo un totale cambiamento; convinto del peccato commesso e del castigo meritato si affida interamente a Iddio. Inizia ad indossare scapolari e medagliette, si appassiona alle immagini sante, arriva ad averne così tante da iniziare una collezione. Il suo messale ed il suo libro dei cantici pian piano si imbottiscono di figure sante e di lutti. Alcune di queste immaginette sono orlate di merletti o ritagliate a forma di croce; altre di cartapecora, miniate. Quella di santa Teresa del Bambin Gesù accompagnata dall’iscrizione autografa: “Ho sete d’amore” è la sua reliquia. Molti di questi oggetti sacri sono rivestiti di indulgenze apostoliche che guadagna recitando davanti ad essi preghiere appropriate. Tutto ciò lo conduce in poco tempo alla idolatria fanatica. Guarirà da questo sfrenato senso di colpa solo quando instaurerà una corrispondenza epistolare col suo amato André.

Alla benedizione dell’agnello, uno dei chierici attira l’attenzione generale portando sulle braccia, come un’offerta, l’agnellino che di consuetudine si consacra in nome degli allievi. La cantoria intona un canto di cui tutti riprendono il ritornello. Il bell’aristocratico è assorto nella contemplazione di quel fanciullo che si presenta agli occhi di tutti di straordinaria bellezza, tredici anni circa. I suoi capelli biondi fanno da corona ad un viso regolare. La corta veste rossa mostra le sue gambe nude. Sembra offrire se stesso all’adorazione. Questo è il perno del romanzo, l’inizio di un’amicizia particolare.

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Tra celebrazioni, prediche, martirologie, preghiere ed esercizi spirituali, i due convittori riescono ad instaurare un’amicizia amorosa, un culto appassionato e platonico insieme. Un’antonimia, un’apologia del paganesimo nella dimora di Cristo.

Ma non tarderanno gli impedimenti più crudeli, le tragiche esasperazioni di un amore castrato dal geloso bigottismo.

Sono stati innalzati dei templi ad Antinoo quando è morto, come a Giacinto; mi dicevo che se fossi stato imperatore romano e tuo amico, ti avrei fatto innalzare dei templi mentre eri vivo, e saresti stato un Dio sulla terra. Sarebbe stato più che esser Papa. Pensavo a queste cose durante la meditazione.

Il romanzo suscitò in Francia discussioni e polemiche essendo una tremenda condanna di tutto un sistema educativo che posa sulla menzogna e sull’ipocrisia. Fin dal suo debutto fu Peyrefitte, autore de Le Amicizie Particolari, fu oggetto di attacchi accaniti da parte della stampa cattolica, trovando solo le difese di Cocteau e Gide. Il libro in Italia fu tradotto nel 1949, mentre si realizzava un certo legame tra il paese e lo scrittore ribelle. Engli, infatti, visse tra Capri e Taormina, qui scrisse i successivi romanzi. Nel 1955, con Le Chiavi di San Pietro svelò intrighi del Vaticano e la reazione fu violentissima. In Italia autore ed editore furono rinviati a giudizio per vilipendio della religione di stato e per offese al pontefice, mentre il libro fu sequestrato e riammesso in libreria soltanto nel 1959 a seguito di un’amnistia. Peyrefitte fu pedinato continuamente dalla polizia come soggetto pericoloso, ma la sua lotta contro l’ipocrisia della Chiesa non si arrestò.

Per un’accurata biografia del “Papa dell’omosessualità”, Roger Peyrefitte, a cura di CulturaGay: qui.

Dal romanzo ne è stato tratto anche un film nel 1964, diretto da Jean Delannoy.  Inizialmente vietato ai mnori di diciotto anni a seguito delle pressioni del Comitato cattolico di censura, il divieto verrà in seguito revocato.

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Scena tratta dal film Le Amicizie Particolari (1964)

La trama mi aveva incuriosito già quest’estate, scoperta per caso sul web. Ero e resto tutt’ora affascinato dal fenomeno dell’omosocialità, dell’amore amicale e dell’omoerotismo non sessuale. L’amicizia fra uomini così fatti ha tanti lati belli quanti a stento posso dire, per citare Cicerone. Su questo argomento ci ritornerò nelle prossime recensioni.

L’adolescenza che conosciamo oggi non è sempre esistita, sarebbe infatti nata nel secondo Ottocento, come prodotto dei sistemi scolastici nazionalizzati e della diffusione della scuola secondaria. Solo in questo scenario l’esperienza adolescenziale diventa standardizzata e collettiva. Gli antenati degli adolescenti potevano essere studenti in casa propria, apprendisti, lavoratori tali e quali agli adulti, ma non componevano un gruppo sociale a parte, e non godevano nemmeno di uno statuto legale indipendente (i tribunali per minori sono anch’essi un’innovazione sorta in concomitanza con l’invenzione dell’adoelscenza). Nel periodo della nascita dell’adolescente, questi diventa anche un argomento letterario molto di moda, e i romanzi con protagonisti adolescenti diventano quasi un sottogenere romanzesco a parte: Tonio Kröger di Thomas Mann, I turbamenti del giovane Törless di Robert Musil, Fermina Márquez di Valery Larbaud, Il grande Meaulnes di Alain-Fournier, Ritratto dell’artista da giovane di James Joyce, Demian di Herman Hesse, Il diavolo in corpo di Raymond Radiguet, Sovvertimento dei sensi di Stefan Zweig, I ragazzi terribili di Jean Cocteau. Senza contare il fatto che tutti questi libri raccontano storie di grandi amicizie tra adolescenti dello stesso sesso. L’inquadramento dell’adolescenza nella scuola secondaria crea per l’appunto una forma di omosocialità. Non a caso quello delle esperienze omosessuali adolescenziali era un argomento che assillava gli educatori e i pedagogisti del periodo, anche se in modo reticente.

La lettura del libro è stata piacevole così poche volte che ho temuto di abbandonare il libro. Ho trovato emozionanti gli incontri segreti tra i due fanciulli, molto belle anche le figure di cultura pagana e cultura cattolica, insemprate dall’amore dei due. Purtroppo il testo è penalizzato dalla traduzione datata e legata ai tempi. Quello che mi sento di consigliare è prenderlo in prestito in biblioteca o ancor meglio sarebbe leggerlo in lingua originale.

NOTA BIBLIOGRAFICA

P. Zanotti e M. Bonsanti, Classici dell’omosessualità. L’avventuruosa storia di un’utopia
M. Bolognari, I ragazzi di Von Gloeden
F. Coen, Una vita tante vite

Biografia romanzata di Hitler: anche no.

hitlercoverbigQualche giorno fa ho preso in prestito dalla biblioteca locale una biografia romanzata di Hitler, scritta dall’autore italiano Giuseppe Genna, con l’intenzione di stemperare un po’ l’accademismo del ciclopico saggio biografico di Ian Kershaw (1000 e passa pagine ma scorrevoli ed altresì piacevoli). Ho consultato le recensioni a riguardo prima del prestito e si sono rivelate sommariamente positive, ho fatto ricerche sistematiche un po’ dappertutto ed il romanzo ne esce fuori con il giudizio complessivo di quattro stelle su cinque con commenti favorevoli. L’opera è senz’altro impegnata e diligente, anche nella ricostruzione dei fatti, ma cariata dall’insopportabile giudizio personale dell’autore che demolisce ogni libertà di ponderazione con una didattica da scuola primaria. Comincia demonizzando “il protagonista” subito dalla nascita introducendo poco prima della sua comparsa la metafora/immagine del gigantesco lupo Fenrir della mitologia norrena. Figura persecutrice, demone in cerca di padrone, il quale farà da segugio fedele ad Hitler per il resto della sua vita\non-vita (se vogliamo rispettare la nozione di non-persona coniata dal biografo Fest). Figura riuscita o meno nella sua portata profetica io l’ho trovata palese, scontata e ridicola, exempli gratia quando appare dal nulla al padre di Adolf, Alois, pocanzi la sua morte. Atmosfere da Harry Pottere e Il Prigioniero di Azkaban tanto per intenderci. Per altro l’autore non pare appagato a sufficienza se non dà del cretino ad Hitler ogni tòt. Altro esempio, storicamente veritiero: Adolf e Kubizeck escono dal teatro dell’Opera dopo aver assistito al Rienzi di Wagner, hanno sedici anni a testa circa, corrono a perdifiato sulla piccola collina di Feinberg ritrovandosi davanti un panorama cittadino mozzafiato, frattanto, sul picco avvolto dalle tenebre, Adolf sfoga la sua esaltazione inneggiando a Wagner, alla maestosità della sua musica, alla stirpe tedesca ed alle prospettive eroiche di vita futura. Conclusione del paragrafo? “Ed è un cretino. Uno zero assoluto che crede di avere una visione”. Povero Genna, deve aver avuto una giovinezza priva di pàthos, l’epica e la grande musica devono avergli suscitato solo parche operazioni intellettuali. Qui non si tratta del timore di sconfinare nell’apologia, è faziosa ipocrisia intollerante e qualcosa che ha poco a che veder con il lavoro dello scrittore. Se tutti gli autori  di romanzi storici iniziassero ad introdurre considerazioni personali sarebbe la fine. Virgilio e Stazio va bene ma facendo attenzione a non importunare. La letteratura è un’esperienza virginale, è l’Eden dove ancora una volta è la volontà ed il pensiero morale dell’uomo ad essere tentati. Jonathan Littell ci ha dato una lezione magistrale su come abbottonarsi nelle divise dei carnefici con il suo capolavoro The Kindly Ones. Non riesco a proseguire. La paternale nei romanzi non la voglio. Mi si affaticano solo gli occhi. Entra in sostegno Daniel Pennac ora: 

“Proprio non capisco coloro che finiscono a ogni costo tutti i libri che iniziano: perché sprecare tempo a leggere un libro che non piace, quando potremmo impiegare lo stesso tempo a leggerne uno migliore?”.

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La reazione dei bambini a Hitler (e altri tiranni visti per la prima volta) – Fanpage

I giuochi del piccolo Adolf

La famiglia Hitler aveva cambiato casa e paese più volte a causa dell’irrequietezza del pater familias, il quale comprava e vendeva proprietà di continuo. L’ultimo trasloco avvenne nel novembre del 1898, quando Alois Hitler acquistò a Leonding, villaggio nei dintorni di Linz, una casa con annesso un piccolo appezzamento di terra dove avrebbe trascorso in definitiva il resto dei suoi giorni. Da allora la famiglia si stabilì nell’area di Linz, città che fino agli ultimi giorni nel bunker nel 1945, Adolf considerò sua: ricordo dei giorni lieti e spensierati della giovinezza, associato a sua madre, nonché il centro “germanico” dell’Impero Austriaco. Essa simboleggiava evidentemente per lui l’idillio della cittadina tedesca di provincia, immagine che per tutta la vita contrapporrà alla città che avrebbe conosciuto e detestato di lì a poco: Vienna.

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Abitazione degli Hitler a Leonding, Austria (1945)

Adolf frequentava ormai la terza elementare. Pare si fosse inserito rapidamente nel nuovo gruppo di compagni di scuola, diventando “un piccolo capobanda” nei giochi di guardie e ladri che i ragazzi del villaggio facevano nei boschi e nei campi attorno a casa. Giocare alla guerra era una delle attività preferite. Lo stesso Adolf si era commosso sulle pagine illustrate di una storia della guerra franco-prussiana trovata in casa. E quando scoppiò il conflitto anglo-boero, i giochi si imperniarono sulle eroiche imprese dei coloni olandesi, calorosamente sostenuti dai ragazzi del borgo. Scriverà nel Mein Kampf di come quei giochi fossero già il sintomo di un nascente sentimento nazionalista (è l’inizio della mitopoiesi!). Il dolce e goliardico sadismo dei bambini. Azioni eroiche dove il sangue è di marmellata. Accette, coltelli, Bowie, granate finte, cannoni e in miniatura, soldatini e cavalli, vetture di terra e vetture di mare. Adolf come tutti gli altri bambini scaricava la tensione e metteva a freno l’angoscia attraverso il gioco, neutralizzando la violenza nel carattere ludico di quel passatempo. Più o meno nello stesso periodo, tra un assalto e un altro, l’attenzione di Adolf fu attratta dalle storie d’avventura di Karl May, i cui popolari racconti del selvaggio West e delle guerre indiane (benché l’autore non fosse mai stato in America) affascinarono migliaia di giovani.

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Karl Friedrich May, scrittore tedesco (Ernstthal, 25 febbraio 1842 – Radebul, 30 marzo 1912)

La popolarità dei racconti di May, ambientati in Oriente, Africa o America, stampati in milioni di copie, tradotti in più di 30 lingue, risiedeva nel bisogno di eroi in un periodo storico che rifletteva la trasformazione capitalistica, l’industrializzazione ed il suo impatto nella psiche tedesca, nell’amareza del constatare come la semplice vita a contatto della natura tendesse a sparire, per proiettare l’uomo in un’arida società senza fantasia. E dipendeva dalla consapevolezza di essere discendenti di tribù estremamente fiere e combattive, per lo meno quanto i Nativi americani descritti da Karl May, lo scrittore di lingua tedesca più letto, curiosa figura di “indianista”.

Il West americano di May è pieno di “pellerossa”. E di “visi pallidi” buoni, totalmente positivi quelli di provenienza tedesca. E cattivi: depravati o al soldo del maledetto di turno. La sua grande conquista come narratore è stata quella di avere adattato il patriottismo mitico tedesco, rivisitandolo e rendendolo agibile all’uomo della strada e all’epoca in cui viveva.

Appagava anche il desiderio della vita di frontiera, della voglia di viaggiare presente nei suoi lettori.

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Classici tedeschi, Karl May

Una tappa letteraria che la maggior parte dei giovani superò con la crescita, insieme alle fantasie coltivate nell’infanzia. Per Adolf tuttavia il fascino di Karl May non venne mai meno. Ne leggeva ancora i racconti quando ormai era cancelliere del Reich, raccomandandoli perfino ai generali, da lui accusati di scarsa immaginazione.

Innumerevoli autorità naziste considerarono Karl May valido materiale per educare la gioventù ai propri fini. Le novelle erano avvincenti, umoristiche, eroiche, con valori positivi e descrivevano ammirevoli arti di guerra che spingevano all’emulazione dell’eroe. E soprattutto avevano radici profonde nell’immaginario popolare. Non per niente, lo scrittore Manfred Gregor, nel libro die Brücke, nel 1958/9, descrive il coraggio e la morte di uno dei protagonisti, sedicenne della Hitlerjugend, in questa maniera:

«Sentì un urlo ed una gioia immensa lo invase. Non era più un soldato. Era Winnetou, il grande Capo. Là, all’altro lato,  qualcuno l’aveva colpito alla spalla; e lui avrebbe ucciso il viso pallido»:

Indiani e tedeschi uniti nello stesso dramma.

Peccato che già durante la prima guerra mondiale Nativi Indiani combattereno convinti contro il nemico… tedesco, fieri della bandiera americana, componendo canzoni tribali di vittoria, inni di guerra i cui versi dicevano: “I tedeschi si ritirano piangendo. I ragazzi Lakota li attaccano da lontano. I tedeschi si ritirano piangendo. Ragazzo Lakota, i tedeschi, ai quali tu hai preso le terre, piangono come donne”.

Più tardi Adolf ricordò “quel tempo felice”, quando “il lavoro scolastico era ridicolmente facile, lasciandomi tempo libero in tale abbondanza da vivere più all’aria aperta che in camera mia”, quando “prati e boschi erano il campo di battaglia su cui gli eterni dissidi trovavano sfogo”.

NOTA BIBLIOGRAFICA

I. Kershaw, Hitler, Saggi Bompiani 2016
M. Renzaglia, ilFondo